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Vitalità della Vita Consacrata in Italia

 

Don Alberto Lorenzelli sdb

Presidente Nazionale CISM

 

La vita consacrata, oltre che essere consacrata, è essenzialmente vita. Il Signore Gesù è la sua vita. Egli è venuto per dare la vita in abbondanza (Gv.10,10). Non ci interessa una vita qualunque; per noi e per tutti coloro che si mettono radicalmente al seguito di Cristo ricercano eccellenza, pienezza, bellezza, ricchezza, qualità di vita. Questo vuole essere il significato della metafora della vitalità, che è il punto di partenza, il centro e il punto di arrivo di questo modesto contributo che vi offro.

Quando si parla delle condizioni attuali della vita consacrata, spesso si fa riferimento ad aspetti “negativi”, quali la mancanza di vocazioni, gli abbandoni, le difficoltà nel vivere il radicalismo evangelico nella società odierna. Con questo mio intervento intendo incoraggiarvi a rintracciare gli “aspetti positivi” che sono presenti nella Vita consacrata di oggi. Si tratta di ricercare segni di vitalità esistenti in essa ed in particolare nel proprio Istituto. Non è una ricerca impossibile; infatti numerosi segni di vitalità si riscontrano in diverse parti del mondo. Intendo perciò esaminare questo fenomeno più da vicino, per coglierne le manifestazioni, i fattori ed i frutti.

La ricerca dei segni di vitalità è finalizzata a trovare percorsi di vitalità per le nostre comunità e province. Dare o ridare “spirito e vita” alle nostre istituzioni sembra essere la via privilegiata per far fronte alle sfide della fragilità vocazionale dei giovani consacrati di oggi e alle difficoltà della fedeltà vocazionale dei consacrati di ogni età. Una realtà viva, vivace e vitale suscita interesse, fascino, attrattiva di chiamata; ma soprattutto genera fecondità, autenticità, totalità di risposta. La vita genera vita. La pienezza di vita di una comunità o di una provincia irrobustisce la vocazione di chi è debole e aiuta a vivere creativamente la fedeltà.


Come ipotesi di partenza ho scelto alcuni criteri di vitalità per una comunità o provincia di vita consacrata: attrattiva vocazionale, bassa età media, capacità di rinforzare l’adesione e fedeltà al proprio Istituto, capacità di mobilitare i membri per compiti e forme di vita di maggiore impegno, capacità di coinvolgere i laici, specie i giovani, significatività nella Chiesa e nel territorio.

Con questa relazione desidero indicare un processo di ricerca e di confronto dei segni e dei percorsi di vitalità, con la consapevolezza che tanti Istituti si trovano già su questa strada.

PRIMA PARTE: Ricerca di segni di vitalità

1. Presenza della vita religiosa maschile nella Chiesa italiana .

La vita religiosa ha radici profonde nella storia e cultura italiana e se le vicende delle soppressioni nell'800 ridimensionarono drasticamente la presenza degli ordini monastici e di gran parte dei mendicanti, nella prima parte del secolo scorso la ripresa, sostenuta dalla forte espansione degli istituti moderni, ha permesso una fioritura di presenze pastorali, testimonianze di santità, opere sociali e culturali.
Con i primi anni 70 inizia a delinearsi un consistente calo vocazionale, ed insieme si trasforma la tipologia antropologica delle persone che chiedono di entrare. Non è più l'adolescente a domandare d’essere accompagnato ad un progressivo inserimento nell'istituto, ma si fanno avanti giovani ventenni, e poi, in un lento ma costante crescere dell'età, si arriva ai trentenni, se non quarantenni. Nello stesso tempo il miglioramento delle condizioni di vita amplia la fascia dei religiosi anziani ponendo le comunità di fronte alla necessità di attivare e garantire adeguate strutture e sistemi di assistenza. Bisogna quindi cambiare dall'interno la fisionomia strutturale della vita religiosa maschile italiana, certo in prospettiva la transizione riguarderà anche intensità e profondità della presenza ecclesiale e sociale degli Istituti, ma per ora su questo versante il mutamento appare più rallentato.

Dal punto di vista quantitativo i 24.422 religiosi italiani, dei quali 3340 operano all'estero in comunità dipendenti da una provincia italiana, costituiscono con il 27% il gruppo più consistente tra i religiosi europei. A questi andrebbero poi aggiunti i 2474 religiosi di origine italiana, ma che nel corso del tempo si sono poi inseriti definitivamente in province estere.
La vita religiosa italiana ha quindi dato un forte contributo allo sviluppo della presenza ecclesiale, in termini di impegno missionario, di primo annuncio (Africa e Asia) e di sostegno a quelle chiese locali carenti di personale autoctono (America Latina ed in particolare Brasile).

In questi ultimi anni si assiste ad un mutamento che segna una inversione del flusso: non più dall'Italia all'estero, ma viceversa.
Se nel 1999 la quota di religiosi esteri residenti stabilmente in Italia era il 2,4% del totale, nel 2003 era cresciuta al 4,5%. Analogamente a quanto avviene per il clero diocesano, la presenza di religiosi provenienti da altre nazioni supplisce, almeno in parte, ai vuoti di un perdurante calo vocazionale.

È dagli anni 80 che il flusso dei novizi si è stabilizzato intorno ai 500 annui, il che, a sua volta, permette di mantenere costante intorno a 2500 all'anno il numero dei professi di voti temporanei. Dati che, pur depurati di quel 25% rappresentante la quota di religiosi di origine estera che sono qui solo per gli studi teologici, collocano la presenza vocazionale negli istituti italiani al livello della Polonia e molto al di sopra di paesi quali Francia e Germania che con noi condividono molti tratti della loro storia e fisionomia religiosa. Pertanto se da un lato è corretto non occultare le difficoltà che nascono dal diminuire delle vocazioni, non sarebbe corretto limitare la riflessione a come e quando chiudere comunità, o a gestire la riduzione della presenza nelle opere, perché nuovi volti, persone che ancora sentono il fascino della sequela evangelica si fanno avanti e non intendono essere semplicemente i curatori della fine. E’ allora importante che insieme si rifletta su quale testimonianza potrà dare una vita religiosa, numericamente meno robusta di quella che noi stessi frequentiamo, ma non per questo necessariamente meno vivace e propositiva. Non è che manchino vocazioni, è che sono insufficienti a garantire un adeguato ricambio generazionale. Infatti se osserviamo la distribuzione dei religiosi per classi di età (Tab.1) si evidenzia un netto invecchiamento, generalizzato, se si eccettuano gli Istituti di recente formazione, che porta

Tab. 1 Distribuzione per età dei religiosi appartenenti ad una Provincia italiana.

Classe di età

Totale

100%

(24422)

Fino 29

30-39

40-49

50-59

60-69

70-79

80 e più

8%

12%

10%

14%

22%

19%

15%

ad uno squilibrio tra risorse umane necessarie al mantenimento delle opere e persone effettivamente in condizioni di potersi impegnare in attività che richiedono energie, capacità di lavoro, creatività, fattori tutti difficili a conciliarsi con gli acciacchi e l'indebolimento della vecchiaia.

È interessante però notare che gli istituti, pur consapevoli dei vincoli che una tale situazione pone al loro agire, si impegnano a mantenere una presenza territoriale caratterizzata da una fitta rete di opere che in modo eloquente rendono visibile l’apporto della vita religiosa all’evangelizzazione e animazione pastorale della realtà italiana.

E’ un’influenza non tanto legata a specifiche iniziative, quanto connessa al fatto che le comunità esistano. Quasi inevitabilmente esse divengono punto di riferimento sia in ambito formativo sia per le attività pastorali (animazione della preghiera e della liturgia, aiuto per le attività assistenziali, ecc.), indipendentemente da un coinvolgimento diretto nella vita parrocchiale. Sta qui il radicamento della vita religiosa nell'ambiente e la sua capacità, d’essere memoria evangelica anche per chi si colloca ormai ai margini della vita cristiana.

L’articolazione dei settori di attività ed animazione è quella che la storia della vita religiosa italiana è venuta a delineare nel corso degli ultimi cento/centocinquanta anni. Una qualificata presenza nella cultura, anzitutto nella scuola con la gestione di 236 Istituti scolastici, aventi circa 73500 studenti, 95 centri di formazione professionale che coinvolgono 24000 giovani, 116 centri culturali, 70 librerie, 77 case editrici, 30 emittenti radio televisive e 332 riviste. E’ un’attività culturale che costituisce un efficace canale per la diffusione e conoscenza del magistero ecclesiale e la formazione, in senso cristiano, dell’opinione pubblica. Su questo fronte i religiosi sono da decenni una presenza viva ed efficace. Si pensi all’impegno che l’editoria riconducibile a Congregazioni o Istituti ha profuso per la diffusione, conoscenza ed approfondimento dell’insegnamento del Concilio Vaticano II.

Un’altra area di impegno e presenza è data dalla testimonianza di solidarietà verso le situazioni d’emarginazione e disagio sociale. Da sempre gli Istituti animano creativamente e con flessibilità di azione strutture che non solo “assistono” ma danno al povero opportunità per una diversa qualità esistenziale. E’ un impegno che si rende visibile attraverso le 94 strutture socio-educative, i 76 centri di assistenza ai poveri (mense, alloggi di emergenza, ecc.), le 29 realtà di accoglienza per immigrati, alle quali si affiancano le 55 strutture sanitarie, i 57 centri di assistenza per tossicodipendenti ed ammalati di AIDS e i 94 Istituti per disabili. Nello stesso tempo c’è un altrettanto ampio impegno, anche se meno documentabile proprio a motivo della sua diffusione capillare, in ambito formativo sia per cambiare le strutture mentali nelle quali si radicano i comportamenti d’emarginazione sia per attivare percorsi di ricerca verso nuove modalità di sostegno ed aiuto delle persone provate dal disagio esistenziale.

Per molte comunità maschili accanto alle opere è la parrocchia a caratterizzare il rapporto con la chiesa locale. Nel 2003 delle 25.806 parrocchie italiane 1.354 erano affidate a religiosi attraverso una convenzione diretta con l'Istituto e 271 affidate a titolo personale a singoli religiosi.
Se teniamo come punto di riferimento le 2.834 comunità presenti in Italia nel 2003 ci accorgiamo che poco più della metà, ma con notevoli variazioni regionali, risulta, in qualche misura, coinvolta nell'attività parrocchiale. Allora non è tanto la vita religiosa ad essere presente nella struttura parrocchiale, quanto viceversa. C'è una “parrocchialità” della vita religiosa che gli Istituti, molto più delle diocesi, avvertono come problema.

Vi sono poi 631 santuari o chiese non parrocchiali che danno, specie in ambito locale, una peculiare fisionomia alla azione pastorale di una comunità religiosa. Così altrettanto qualificati sono in questo senso i 413 oratori o centri di pastorale giovanile, le 301 strutture pastorali ed i 93 centri di missioni al popolo.

In questi ultimi decenni c’è stato un impegno di tutti gli Istituti a dare una forte testimonianza di spiritualità, venendo incontro ad una istanza sempre più diffusa e sentita a livello sociale ed ecclesiale. Abbiamo attualmente 241 case di spiritualità, alle quali si affiancano 183 centri di assistenza spirituale, con un notevole impegno di persone e strutture materiali.

Sono dati che nella loro sinteticità delineano una vita religiosa che non si rinchiude su se stessa, perché “Le varie difficoltà, derivanti dalla contrazione del personale e delle iniziative, non devono in alcun modo far perdere la fiducia nella forza evangelica della vita consacrata, che sarà sempre attuale e operante nella Chiesa. Ciò che si deve assolutamente evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non sta nel declino numerico, ma nel venir meno all'adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione.” (VC 63).

2. La conferenza del Superiori Maggiori.

Quando nel 1960 il S.P. Giovanni XXIII ricevette in udienza i partecipanti al I Congresso Nazionale CISM, assemblea nella quale si delineò la fisionomia della Conferenza, egli incoraggiò i partecipanti ad “approfondire l’intesa tra Superiori Provinciali dei singoli Istituti; studiare i problemi riguardanti la formazione religiosa, specialmente dei giovani; trasmettersi i frutti delle diverse esperienze di governo e di azione apostolica, per venire incontro con maggiore preparazione alle esigenze della vita odierna”.
Una prospettiva teologica e pastorale da subito assunta come linea guida della CISM e che ha poi trovato conferma nel decreto conciliare “Perfectae Caritatis” ed in molteplici documenti del magistero pontificio, sino alla sua configurazione giuridica nel canone 708 del CJC.

Nel trascorrere degli anni la CISM è cresciuta, soprattutto a livello regionale e diocesano, dando vita a strutture che permettono una buona collaborazione tra gli Istituti ed un dialogo unitario con le diocesi.
A livello nazionale è l’Assemblea generale, la quale ordinariamente si svolge a novembre, l’organo supremo della Conferenza e ad essa vi partecipano i 252 Superiori Maggiori degli Istituti operanti in Italia, molti dei quali hanno poi molteplici presenze all’estero.

Il Consiglio di Presidenza è l’organo esecutivo centrale ed è composto dal presidente (d. Alberto Lorenzelli, sdb), dai vicepresidenti (p. Donato Sardella, ofm, p. Danilo Bisacco, cssr, p. Marco Tasca, ofm conv.), dal segretario generale (p. Fidenzio Volpi, ofmcap) e a quattro consiglieri.

In ambito locale la struttura regionale si è modellata sull’analoga organizzazione della conferenza episcopale, quindi abbiamo 16 conferenze regionali. I segretariati diocesani sono solo 149, su 227 diocesi, in quanto in molti casi l’esiguità territoriale delle diocesi oppure la scarsa presenza di comunità religiose hanno consigliato la creazione di strutture comunionali interdiocesane.

Nell’assemblea annuale vengono affrontate tematiche che, in sintonia con la più ampia riflessione ecclesiale, interpellano più da vicino la responsabilità formativa e di governo del Superiore Maggiore[1]. Sul finire degli anni novanta si è colta la necessità di andare oltre la complessa e delicata questione del ridimensionamento delle presenze[2], per aprire la riflessione su come, in una situazione caratterizzata dalla diminuzione in termini di persone e comunità, la vita religiosa possa essere presenza attiva nel dialogo intraecclesiale. Gli Istituti sono consapevoli di non potersi estraniare dall’impegno all’evangelizzazione che anima la chiesa italiana.

Nella proposta ecclesiale tematizzata per il prossimo convegno ecclesiale di Verona i religiosi hanno colto la sollecitazione ad essere loro stessi “testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”. Di qui non solo l’impegno ad un’attiva partecipazione alla fase preparatoria del Convegno, ma anche la decisione di orientare la visione programmatica della Conferenza a partire dall’identità del cristiano individuata in 1Pt 2,4-5 nella quale si esplicita il senso della testimonianza. Tale dimensione non può essere relegata al solo ambito privato o alla cerchia dei “rapporti corti e gratificanti”, oppure alla mera enunciazione di valori senza il coinvolgimento personale. Piuttosto si evidenzia la necessità di connotare la testimonianza con il coraggio, capace di bilanciare la prospettiva personale, “che si esprime nell’investimento personale” e quella comunitaria “che manifesta il rilievo pubblico della fede” (cfr n. 6 Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo). In altri termini siamo di fronte alle più volte enunciata scelta di valori, orientata all’essere, prima che al fare, trasformando dal di dentro i luoghi e le esperienze fondamentali del vivere e realizzando quella trasparenza del Cristo che è la santità “misura alta della vita cristiana ordinaria” (NMI 31).

Il documento preparatorio della C.E.I. al cap. II salda il tema della testimonianza, del Risorto e della speranza, a partire dalla fede pasquale che abilita all’annuncio della speranza della risurrezione: “Come Gesù Risorto rigenera la vita nella speranza?” Si fissa l’attenzione non tanto sulla risurrezione, quanto piuttosto su Cristo Crocifisso Risorto “centro della testimonianza cristiana […] nome della speranza cristiana […] speranza viva che (la Chiesa) intende offrire agli uomini di oggi” (D.P.C.V. n. 6).

L’orizzonte di riflessione ecclesiale del Convegno di Verona è stato pertanto assunto come “quadro di valori” per orientare il percorso quadriennale della CISM, è una programmatica che s’inscrive nell’orizzonte di comprensione della testimonianza: “Contemplando il volto crocifisso e glorioso di Cristo e testimoniando il Suo amore nel mondo, le persone consacrate accolgono con gioia, all'inizio del terzo millennio, il pressante invito del Santo Padre Giovanni Paolo II a prendere il largo: «Duc in altum!» (Lc 5, 4). Queste parole, risuonate in tutta la Chiesa, hanno suscitato una nuova grande speranza, hanno ravvivato il desiderio di una più intensa vita evangelica, hanno spalancato gli orizzonti del dialogo e della missione” (RdC 1).

Nella nostra prospettiva ci si vuol interrogare, in modo particolare, “se la vita consacrata sia ancora una testimonianza visibile, capace di attrarre i giovani” (RdC 12). Ci muove la convinzione – non così evidente in altri ambienti e sarei tentato di dire anche nei nostri Istituti - che le sfide del nostro tempo “possono costituire un potente appello ad approfondire il vissuto proprio della vita consacrata, la cui testimonianza oggi è più che mai necessaria” (RdC 13).

Non possiamo non menzionare – in questo contesto - il drammatico elenco di tanti nostri confratelli e consorelle che sono stati inscritti “in questi ultimi anni [nel] Martirologio dei testimoni della fede e dell'amore […] Le difficili situazioni hanno richiesto da non pochi tra loro l'estrema prova di amore in genuina fedeltà al Regno. Consacrati a Cristo e al servizio del suo Regno hanno testimoniato la fedeltà della sequela fino alla croce. Diverse le circostanze, varie le situazioni, ma una la causa del martirio: la fedeltà al Signore e al suo Vangelo, «poiché non è la pena che fa il martire, bensì la causa» (RdC 9).

Esplicitare “le ragioni della nostra speranza”, significa dare voce alle motivazioni che rispondono del presente in ragione del futuro della VC in Italia. “Nel tempo della ragione debole e del disincanto – afferma il documento preparatorio della C.E.I. – occorre riuscire a dire che Cristo è la ragione della speranza che è in noi” (D.P.C.V. 11). Non di meno i “ [I consacrati], aperti alle necessità del mondo nell'ottica di Dio, mirano ad un futuro con sapore di risurrezione, pronti a seguire l'esempio di Cristo che è venuto fra noi a dare la vita e darla in abbondanza (cfr. Gv 10, 10)” (RdC 9). Occorre anche da parte nostra un credibile recupero di “sensibilità, passione, intelligenza, spirito critico: tutto questo è necessario per comprendere le ragioni della speranza cristiana” (D.P.C.V. n. 11).

L’attività formativa della Conferenza si è venuta articolando in molteplici proposte attraverso seminari, convegni, ricerche che vedono volta a volta come propri interlocutori formatori, superiori di comunità, economi, accanto alla quale va poi considerata la qualificata proposta culturale espressa dalla rivista “Religiosi in Italia” che offre una puntuale e sistematica documentazione sull’attività e presenza dei religiosi nella vita ecclesiale.

3. Collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana.

Le diverse iniziative della Conferenza si collocano nell’orizzonte del “camminare insieme” (Chiesa italiana con le varie Diocesi, con i consacrati presenti in ognuna di esse e con i Laici), nella sinodalità effettiva e affettiva richiesta non solo dalle Mutuae relationes conformi all’ecclesiologia di comunione e partecipazione indicata dal Vaticano II, ma anche dal cammino verso il Convegno ecclesiale di Verona: cartina di tornasole per quelle mutue relazioni.

In questi anni l’ecclesiologia di comunione ha plasmato la consapevolezza e l’azione pastorale di tutta la chiesa italiana. Tutto ciò ha creato un clima nuovo, nel quale gli elementi di comunione, di incontro e dialogo delineano un quadro fatto di vera collaborazione, reciproca fiducia, dove ci si dà vicendevolmente credito.
Rimangono tuttavia ancora dei problemi aperti, il primo dei quali è dato dal fatto che la vita religiosa non sempre risulta essere adeguatamente valorizzata e stimata nella sua specificità, quanto “utilizzata” per le attività che sostiene (le “opere”) oppure per la supplenza al clero diocesano al quale garantisce in situazioni di carenza di personale o di emergenza pastorale la sua presenza.

Nello stesso tempo le chiese locali avvertono, con disagio, che il più ampio orizzonte pastorale nel quale operano gli Istituti (raramente infatti il territorio di una provincia religiosa combacia con quello di una diocesi) può portare a scelte che non si conciliano con le esigenze pastorali di una diocesi. Tutto ciò poi si accentua nelle piccole dimensioni di molte realtà ecclesiali italiane, dove piccolo vuol dire: asfittico, debole, povero di mezzi ed anche la chiusura di una casa religiosa può essere avvertita con molto disagio. In tale conteso gli Istituti talvolta avvertono nelle diocesi richiese legate più a bisogni locali e parziali (assunzione di parrocchie, supplire alla mancanza di clero diocesano, ecc.) che ad una rispettosa comprensione e valorizzazione del carisma proprio di una famiglia religiosa.

Pertanto accanto a situazioni nelle quali il rapporto tra Istituti e Chiesa locale è scorrevole, sostanzialmente buono e privo di particolari tensioni, vi sono poi realtà caratterizzate da relazionalità debole, o più semplicemente da vicendevole estraneità. Perché la presenza della vita religiosa sia vitale dentro le aspettative della Chiesa, è necessaria una “conversione relazionale”, che favorisca collaborazione e scambio tra i soggetti ecclesiali. E’ questa la via che può condurre ad un ascolto fraterno tra Chiese locali ed Istituti religiosi, favorendo una effettiva collaborazione per meglio rispondere alle sfide all’odierna realtà sociale e culturale. Si tratta di esprime una relazionalità che già è presente dentro l’esperienza ecclesiale, ma che in ragione della sua “debolezza” risulta poco visibile ed incisiva, mentre essa permetterebbe di mettere in dialogo le diverse fisionomie spirituali, stimolandole a ritornare all’essenziale ed alla riscoperta dell’alterità.

Un problema particolare, da più parti rilevato come emergente nel corso degli ultimi anni, è la tendenza a lasciare l’Istituto per l’incardinazione diocesana (meno il reciproco). C’è in tutto ciò il riflesso di una crisi della vita religiosa derivata da un indebolirsi della fede e dalla testimonianza carismatica. Nello stesso tempo sarebbe opportuno che le diocesi attuassero un più attento discernimento nell’accogliere persone che presentano segni di fragilità spirituale.
Possiamo concludere dicendo che la progettualità relazionale presente in Mutuae relationes non è stata adeguatamente compresa, e, quindi è rimasta parzialmente inattuata. Resta però importante mantenere viva l’intuizione di fondo di una chiesa nella quale non esistono “corpi separati”, ma la diversità è riconosciuta come dono dello Spirito.

4. La vita religiosa nelle regioni.

La CISM ha una presenza locale con le conferenze regionali dei superiori maggiori, o loro delegati per la regione, sul modello di articolazione territoriale delle conferenze episcopali regionali (Tab. 6).
Tuttavia, come si è già ricordato, la presenza regionale sia dei superiori maggiori, per la gran parte residenti tra Lazio (27%), Triveneto (10%), Lombardia (8%) e Campania (9%), che delle comunità è molto differenziata a livello territoriale. Potremmo dire che essa è immagine di una storia secolare e pluriforme: si pensi solo alle presenze monastiche o francescane nel centro Italia, e di peculiari dinamismi nella fondazione di nuove comunità come fu nel secolo scorso di quelli Istituti nati dall’intuizione carismatica di santi come S. Giovanni Bosco, S. Giovanni Calabria, San Leonardo Murialdo, San Luigi Orione, ecc. Queste diverse vicende alcune molto localistiche, altre aventi da sempre un più ampio respiro creano inevitabilmente rapporto molto diversi per intensità e sensibilità pastorale con le chiese locali.

Talvolta possono emergere tensioni o incomprensioni, che negli ultimi anni si connettono spesso alla necessità di dover chiudere comunità, ridurre presenze, passare la mano negli impegni pastorali, le parrocchie in primo luogo. Paradossalmente è proprio a motivo del fatto che la vita religiosa è stimata ed apprezzata non solo dai battezzati frequentanti la vita ecclesiale, ma anche dall’insieme della popolazione; che sorgono malumori, resistenze, pressioni al fine di condizionare le decisioni quando un Istituto si trova nella necessità di attuare un ridimensionamento della propria fisionomia strutturale. Sono comunque difficoltà che ordinariamente vengono superate senza lasciare strascichi di malumore.

Un altro punto problematico nelle relazioni tra Istituti e diocesi è evidenziato nella fatica a coordinare le rispettive progettualità pastorali. L’ambito parrocchiale è quello sul quale più facilmente è dato di incontrarsi sia attraverso un’assunzione diretta nella gestione delle parrocchie (il 6% delle parrocchie italiane è affidato a religiosi, ma con una più forte incidenza nelle diocesi del Centro) sia con la partecipazione (missioni popolari, predicazione, confessioni, celebrazioni di S. Messe, ecc.) in funzione di sostegno, talora di supplenza, all’azione di un clero che in mancanza di nuove vocazioni sempre più avverte, invecchiando, il peso della cura pastorale. E’ una collaborazione che avvicina e dalla quale, nel tempo, potrà nascere anche un maggior senso di corresponsabilità, consapevoli che non è più possibile agire separatamente. Tuttavia in molti casi i religiosi avvertono il limite di una presenza nella quale non sono, ordinariamente, chiamati ad operare secondo la peculiarità del loro carisma, ma ad essere quasi un “clero di riserva” al quale attingere per fronteggiare ineludibili urgenze pastorali.

I religiosi auspicherebbero una maggior attenzione alla specificità del loro carisma, anche da parte dei Vescovi. Ciò implica una conoscenza non superficiale della vita consacrata, per cui da diverse parti si torna ad auspicare l’opportunità che durante la formazione seminariale, e poi nei corsi di formazione permanente, sia proposta una adeguata conoscenza degli Istituti religiosi evidenziando gli aspetti della pastorale ai quali possono apportare, secondo il loro carisma e in spirito di comunione, un contributo di idee, proposte operative, presenze e collaborazione.

La geografia della presenza religiosa, come lo è quella dell’articolazione diocesana, si trova in molti casi squilibrata rispetto alle esigenze pastorali dell’odierna società italiana, in quanto riflette una distribuzione maturata nei secoli in tutt’altro contesto ecclesiale e sociale. Vi è un addensamento al Centro Italia: nei territori dell’antico stato pontificio risiede tuttora il 40% dei religiosi mentre, vi abita il 20% degli italiani; perdura invece una rarefazione al Sud dove opera il 27% dei religiosi e vive il 37% dei cittadini. Anche questo panorama nei prossimi anni conoscerà una sua rapida trasformazione, e per quanto riguarda il Centro si sommerà ad una drastica e fin da ora evidente mancanza di clero diocesano e solo in parte potrà essere perseguita l’attuale strategia di supplire con l’immissione di preti provenienti dall’estero.

Infine la nota che più evidenzia lo stallo nel quale ci si trova ad operare: il funzionamento delle commissioni miste vescovi-religiosi/e. Le diverse regioni presentano al riguardo una situazione estremamente differenziata: in alcune (poche) la commissione funziona ed è un luogo non solo di dialogo, ma anche di effettiva programmazione, in altre esiste di fatto solo nel decreto di nomina ed il funzionamento si riduce a qualche incontro nel quale non si va al di là di un generico scambio d’impressioni. Quello che manca è l’individuazione di un metodo, non solo per quanto concerne la composizione e la definizione dei temi da trattare, ma ancor più la specificazione del ruolo che un tale tipo di commissione può svolgere in ordine ad una più robusta comunione tra Istituti e realtà diocesane. In molti casi incontri saltuari e generici nei contenuti producono indicazioni scarsamente incisive sulle quali tutti sono d’accordo a motivo della loro ovvietà, oppure, all’opposto, in ragione della intrinseca vaghezza.

Le difficoltà che si sono venute evidenziando sono da collocare all’interno di un sistema relazionale che negli ultimi decenni ha visto consolidarsi i legami comunionali all’interno della Chiesa italiana e la consapevolezza di dover affrontare insieme le sfide che la modernità pone a tutti i cristiani. E’ una strada che per il prossimo futuro gli Istituti religiosi intendono proseguire nella convinzione che il ridursi di presenze renda ancor più urgente e necessario perseguire una sempre più articolata collaborazione pastorale.

ALLEGATI

Tab.1 Composizione dei religiosi aggregati ad una provincia italiana secondo luogo di residenza.


Residenti in Italia

Residenti all’estero

Totale

Italiani

Non italiani

Italiani

Non Italiani

Italiani

Non Italiani

Preti

15.210

688

1.160

834

16.370

1.522

Fratelli

3.186

168

165

295

3.351

463

Diaconi per.

71

6

6

8

77

14

Stud. Fil/teo

1.302

451

44

828

1.346

1.279

Totale

19.769

1.313

1.375

1.965

21.144

3.278

Tab.2 Variazione % dal 1999 al 2003 nella composizione dei religiosi aggregati ad una provincia italiana secondo luogo di residenza.


Residenti in Italia

Residenti all’estero

Totale

Italiani

Non italiani

Italiani

Non Italiani

Italiani

Non Italiani

Preti

-3,0%

+76,0%

-13,8%

+29,1%

-3,9%

+46,8%

Fratelli

-9,4%

+57,0%

+6,4%

+147,9%

-8,8%

+104,9%

Diaconi per.

-21,1%

-64,7%

0,0%

0,0%

-20,6%

-41,7%

Stud. Fil/teo

-6,3%

-22,2%

0,0%

+31,6%

-6,0%

+5,8%

Totale

-4,4%

+19,9%

-11,3%

+40,3%

-4,9%

+31,3%

Tab. 3 Composizione dei religiosi aggregati ad una provincia italiana secondo la cittadinanza.


1999

2003

Variazione

Italiani

22234 (89,9%)

21144 (86,6%)

-4,9%

Non Italiani

2496 (10,1%)

3278 (13,4)

+31,3%

Totale

24730 (100,0%)

24422 (100,0%)

-1,2%

Tab. 4 Opere e servizi pastorali.

· Area Evangelizzazione.

Parrocchie affidate alla “Provincia” nr. 1.360
Parrocchie affidata “ad personam” nr. 263
Santuari e chiese non parrocchiali nr. 631
Case di spiritualità nr. 241

· Area Solidarietà.

Strutture socio-educative nr. 94
Strutture per l’accoglienza di emigrati nr. 29
Strutture per assistenza dei poveri nr. 79
Strutture per assistenza tossicodipendenti nr. 57
Strutture sanitarie nr. 55
Case di riposo nr. 92
Strutture per disabili nr. 94

· Area Cultura

Istituti scolastici nr. 232 (alunni: 72.997)
Scuola materna nr. 50
Scuola elementare nr. 82
Scuola media inferiore nr. 132
Scuola media superiore nr. 118
Centri formazione professionale nr. 95
Librerie nr. 70
Case editrici nr. 77
Emittenti radio/TV nr. 30
Riviste nr. 332

Tab. 5 Presenza dei religiosi delle province italiane in stati esteri.


Nr. Comunità

Nr. religiosi

Nr. Novizi

Europa

94

420

15

Africa

168

1.084

96

Nord-America

28

140

5

Centro- America

21

87

7

Sud-America

156

845

59

Asia

92

613

82

Oceania

2

8

--

Medio Oriente

20

81

1

Totale

602

3.278

265

Tab. 6 Composizione delle conferenze regionali CISM.

Regione

Superiori Maggiori*

Delegati di superiori maggiori**

Tot. Istituti presenti ***

Piemonte

17

32

49

Lombardia

21

39

60

Liguria

10

16

26

Triveneto

26

27

53

Emilia Romagna

11

22

33

Nord

85

136


Toscana

15

36

51

Umbria

09

17

26

Marche

08

14

22

Lazio

69

12

81

Centro

101

79


Abruzzo- Molise

04

27

31

Basilicata

02

23

25

Campania

22

40

62

Calabria

06

25

31

Puglia

12

41

53

Sicilia

14

32

46

Sardegna

05

21

26

Sud

65

209


* Nr. di Superiori maggiori che hanno nella regione la sede della provincia, indipendentemente dalla estensione territoriale della stessa.

** Nr. di delegati rappresentanti per ogni Istituto nella regione il rispettivo Superiore Maggiore.

*** Nr. di Istituti presenti nella regione.


SECONDA PARTE: Proposta di vie di vitalità

Nella prima parte di questa relazione ho presentato la sintesi di alcuni dei tanti numeri legati ai religiosi italiani, alle opere e servizi pastorali e ai vari fronti in cui si trovano impegnati. Ora alla luce di questi segni, vorrei offrire la proposta di alcuni percorsi che possono dare o ridare vitalità. La domanda che ci poniamo riguarda i fattori che determinano tale vitalità e conseguentemente le strade da percorrere per dare vitalità.
Questo processo di identificazione dei segni e dei percorsi di vitalità ci aiuta a prestare attenzione alla cultura della provincia. Tale cultura è costituita dalla mentalità, dai criteri di valutazione, dai modelli di comportamento, dallo stile personale e comunitario, dal modo di essere nella Chiesa, dalla concezione di vita consacrata, dalla pratica dei consigli evangelici, dal profilo di consacrato che la provincia o la comunità propongono.

Talvolta nella provincia ci può essere una cultura debole, che non aiuta al superamento delle fragilità vocazionali, che non irrobustisce la fedeltà, che non attrae vocazioni, che non ha efficacia nella missione e che ha poca incidenza nel territorio. Al contrario nella provincia ci può essere una cultura propositiva, che favorisce il superamento delle debolezze, la fedeltà vocazionale, il fascino del carisma sui giovani candidati, l’efficacia pastorale, la significatività di presenza.
Vi segnalo per questo quattro vie da percorrere per favorire una cultura della provincia, che favorisca la crescita in vitalità. Si tratta di una lettura sistematica dei segni di vitalità appena presentati nella prima parte e nello stesso tempo di una rivisitazione delle priorità di cammino della vita consacrata odierna alla luce della prospettiva della vitalità.

1. Primato di Dio

La vita consacrata è centrata sul primato di Dio, la sequela radicale di Cristo, la disponibilità allo Spirito. Tale convinzione è presente nei consacrati; ciò che fa difetto è la sua espressione comunitaria e visibile. Spesso i giovani e i laici non si accorgono che lo stile di vita, il modo di organizzare il lavoro, le relazioni sono segnate da questo primato, radicalità e disponibilità. Singolarmente siamo buoni religiosi; manca la testimonianza comunitaria e la profezia istituzionale.
Anzitutto si tratta di dare il primato a Dio e al suo Regno nella propria vita. Al di là di tutti i carismi, attività apostoliche e itinerari di formazione, la realtà centrale e ragion d’essere della vita consacrata è semplicemente il centrare tutto su Dio. Il consacrato è essenzialmente un “uomo di Dio”; questo deve trovare espressione oltre che nella vita personale, anche nella vita comunitaria.

Noi siamo chiamati alla sequela di Cristo. L’ispirazione per questa vita concentrata su Dio e sul suo Regno è Gesù Cristo. Tutta la vita di Gesù è una totale disponibilità al Padre suo e all’impegno di annunciare e rendere presente il Regno. Noi, per centrare la nostra vita sul Padre, ci identifichiamo con il Signore Gesù, assumendo i suoi sentimenti e la sua forma di vita. Noi, sotto l’ispirazione e con la disponibilità allo Spirito, ci mettiamo al seguito di Cristo nei solchi tracciati da un fondatore, che ci offre il suo carisma e il suo modo di seguire Gesù.
Non si può vivere la vita consacrata con autenticità senza una profonda relazione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Qui sta il segreto fondamentale della vitalità di un consacrato e di una comunità religiosa. Ciò implica che il consacrato e la comunità approfondiscano la loro fede alla scuola della Parola di Dio. Si tratta di una fede che sfocia in una preghiera semplice e cordiale con Cristo vivo nell’Eucaristia; in un atteggiamento permanente di gratitudine al Padre, datore di ogni bene; in una attenzione docile all’azione rinnovatrice dello Spirito. Mediante la fede e la preghiera tutta la vita viene elevata a Dio e pervasa da lui. La spiritualità diventa allora l’aspetto privilegiato della vita consacrata.

Si tratta di una spiritualità rinnovata, in cui sono stati integrati nella tradizione del proprio Istituto gli orientamenti conciliari, insieme alla recente riflessione teologica e ai nuovi influssi spirituali. Ciò porta, per esempio, ad una accoglienza attiva della Parola di Dio, ad una celebrazione più viva ed autentica della liturgia, ad una pratica più convinta della preghiera comunitaria e personale, ad un impegno di maggior unità tra apostolato, vita comunitaria e preghiera.
Oggi la spiritualità sta infondendo in persone e in comunità una nuova forza vitale. Basta pensare all’Adorazione Eucaristica che sprigiona in molti consacrati le energie per vivere uno stile radicale di vita e per donarsi in un servizio generoso ai più poveri. Lo stesso si dica per altre espressioni della vita spirituale, quali la “lectio divina”, l’affidamento a Maria, il discernimento spirituale, la comunicazione della fede. Se Dio non è al centro della vita di un consacrato e di una comunità di consacrati, la loro vitalità è semplicemente impossibile. Dove manca la vita spirituale rischiamo di avere confratelli “bruciati nell’azione” e non tanto “contemplativi nell’azione”.

2. Profezia di testimonianza

Il voler centrare la vita su Dio come ha fatto il Signore Gesù porta il consacrato ad abbracciare insieme ad altri un tipo di esistenza, che è interamente orientata alla sequela radicale di Cristo e alla disponibilità docile allo Spirito. Il voto di obbedienza, per esempio, viene fatto proprio per compiere in tutto la volontà di Dio; il voto di povertà, per vivere la propria totale dipendenza da Dio; il voto di castità, per amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore (cf. LG 42). I consacrati sono consapevoli che la chiamata è un dono singolare del Padre a loro, ma è ancora di più un dono alla Chiesa e al mondo. Quando Dio chiama alcuni alla vita consacrata, è senza dubbio per amore di ciascuno di loro, ma è soprattutto per un servizio alla Chiesa e ai fratelli.
Questo servizio consiste primariamente nella testimonianza profetica, ossia nella capacità di comunicare un messaggio che tocca il cuore, di ricordare che ci sono realtà definitive, di sfidare lo stile di vita o i valori proposti dal mondo, di presentare un modo alternativo di vivere, di mostrare una proposta di vita pienamente umana. La Chiesa e il mondo hanno sempre bisogno di ricordare che a Dio si deve il primato; che nelle parole e soprattutto nell’esempio di Gesù Cristo si trova il vero e pieno compimento della vita umana; che lo Spirito è il Signore e dà la vita.

La sessualità, il possedere e il disporre di beni materiali, il decidere di sé autonomamente sono valori, ma non devono diventare beni assoluti, perché solo Dio è assoluto. Questa è la “terapia spirituale” che i consacrati sono chiamati a proporre all’umanità e che fa della loro vita consacrata “una benedizione per la vita umana e per la stessa vita ecclesiale” (VC 87). Inteso bene, questo è il loro servizio di critica della cultura odierna e di riserva escatologica sul tempo presente.

La testimonianza richiede visibilità e deve suscitare fascino. Il primo paragrafo di “Vita consecrata” dichiara che “con la professione dei consigli evangelici i tratti caratteristici di Gesù, vergine, povero ed obbediente, acquistano una tipica e permanente ‘visibilità’ in mezzo al mondo” (VC 1). Tra questi segni visibili vi può essere la pratica della povertà individuale e comunitaria, il vivere in abitazioni semplici ed anche l’abito del religioso. La consapevolezza della propria vocazione consacrata e del compito primario di rendere testimonianza dà un impulso vitale alla loro vita. Essi debbono fare ogni sforzo per inculturarsi e avvicinarsi alla gente, ma senza nascondere la propria identità, senza paura di essere riconosciuti e apparire differenti, alternativi o controculturali.

I consacrati rendono pure testimonianza mediante il compimento della loro missione apostolica. Molti di loro scelgono di abbracciare forme di vita e di apostolato più impegnative e di maggiore radicalità, come l’inserimento nelle zone di conflitto, nelle baraccopoli o nei campi dei profughi, come il lavoro nelle missioni “ad gentes”, vissuti come alternativa alla cultura consumistica. Essi intraprendono questi e altri servizi apostolici non primariamente per alleviare la povertà. Essi non sono operatori sociali, ma la loro preferenza per i poveri vuole far visibile e tangibile l’amore di Dio. Infatti molti dei servizi resi dai consacrati, quali scuole, ospedali, centri di formazione professionale, vengono offerti anche da altre agenzie ed istituzioni, e spesso con molta competenza; se i consacrati si impegnano in essi, è per offrire la testimonianza dell’amore.

Un altro elemento che dà testimonianza e vitalità alla vita consacrata è costituito dall’amore e dalla gratitudine per il fondatore e per il carisma da lui originato. Esso si traduce in un forte senso di appartenenza e di identità. Esso sprigiona nei consacrati un’energia che li porta ad essere entusiasti per la missione dell’Istituto e convinti della sua attualità ed importanza; ad amare i propri destinatari con una generosa disponibilità; a trarre profitto dall’esperienza mondiale e dal nutrimento spirituale offerto dall’Istituto per la propria vita e lavoro; a collaborare con i propri fratelli e a condividere le ricchezze della propria spiritualità e carisma con i laici collaboratori.

Dove c’è il senso della propria consacrazione e il senso di appartenenza e d’identità, si vive una profonda esperienza di riconoscenza a Dio per il dono della vocazione; si sente la fierezza di essere membro di una comunità, provincia e Istituto; si sperimenta gioia, entusiasmo ed impegno. Allora la propria vita diventa proposta vocazionale; nasce il desiderio di promuovere il proprio carisma; ci si impegna a comunicare la gioia della propria vocazione; si aiuta i giovani a scoprire il disegno di Dio su di loro e li si invita ad accogliere il carisma del loro fondatore.

3. Dono di comunione

Il carisma del Fondatore è inserito nel mistero stesso della Chiesa nel suo divenire storico; infatti in essa e per essa è stato suscitato. La vita consacrata “si pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo” (VC 3). Questo fatto comporta una sensibilità spirituale che vede nella Chiesa la propria madre nella fede e il centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno. I consacrati si sentono impegnati in essa secondo la propria vocazione, affinché essa si manifesti al mondo come “sacramento universale di salvezza” (Cfr. LG 48; GS 45). Il loro senso di Chiesa li porta a identificarsi con essa e a sentirsi coinvolti nelle sue gioie, nelle sue ansie e nel suo slancio missionario. Manifestano quel senso ecclesiale nella comunione con tutto il popolo di Dio e nei buoni rapporti con la Gerarchia, in fedeltà al successore di Pietro e in collaborazione con i Vescovi, con attenzione ai problemi della Chiesa universale e inserendosi nella Chiesa particolare.

Essi vivono l’esperienza di Chiesa nella fraternità della comunità: “più intenso è l'amore fraterno, maggiore è la credibilità del messaggio annunciato, maggiormente percepibile è il cuore del mistero della Chiesa, sacramento dell'unione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro” (“Vita fraterna in comunità” 55). Oggi si riconosce sempre più la forte incidenza che ha la qualità della vita fraterna sulla vitalità e perseveranza dei singoli consacrati nella loro vocazione. In una comunità veramente fraterna, dove regna un clima sereno di famiglia, di accoglienza e di fede, dove è in atto uno stile partecipativo nell’organizzazione interna della comunità, dove esiste una vera condivisione di vita, preghiera e apostolato, la corresponsabilità, la comprensione, l’aiuto reciproco, lì c’è l’ambiente più efficace per stimolare il singolo consacrato a crescere nella propria vocazione.

A questo riguardo un ruolo di cruciale importanza spetta ai superiori e al loro modo di esercitare l’autorità. E’ necessario avere superiori delle larghe vedute, che sanno creare questo clima nelle comunità, che hanno un rapporto personale con i confratelli, che sono sentiti come padri, amici e fratelli. La loro vicinanza, premura, comprensione e incoraggiamento stimolano i confratelli. L’autorità viene esercitata come un servizio alla crescita vocazionale delle persone e della comunità; lo stile è quello di ascolto, dialogo, animazione e discernimento, non autoritarismo.

Il ruolo dei confratelli non è ridotto alla semplice esecuzione; si promuove invece la corresponsabilità di tutti nel discernere e tracciare il cammino comune. Tale figura di superiore ispira fiducia e la consapevolezza che in lui si troverà sempre interesse e sostegno in ogni momento.
Oltre ai superiori, non bisogna tralasciare l’impatto che hanno certe figure carismatiche sulla vitalità di una comunità e di una provincia. La loro presenza è incoraggiante e rassicurante; ispira fiducia e coraggio. Sono persone di autorevolezza e semplicità, che vivono accanto a tutti nella comunità, interessandosi di ciascuno, facendo vita fraterna. Mediante la loro vita di ogni giorno dimostrano la bellezza della vita consacrata e come Cristo possa riempire il cuore di gioia e soddisfazione, nonostante le difficoltà della sua sequela. Essi spesso aprono nuove strade nella missione evangelizzatrice. La presenza di tali figure non si sostituisce al necessario lavorare insieme all’interno della comunità e della provincia, coinvolgendo pure i laici.

4. Impegno di formazione

Senza alcun dubbio la formazione gioca un’importanza enorme nella vitalità dei membri, delle comunità e della provincia. La formazione ha trovato un nuovo equilibrio sotto l’impulso rinnovatore del Vaticano II. Più aderente alla Parola di Dio, agli orientamenti della Chiesa e al carisma del Fondatore, essa si è aperta ai segni dei tempi, alle sfide provenienti dalla società e dalla cultura, ai nuovi compiti di evangelizzazione nel mondo odierno e nella Chiesa locale.
Si tratta di una formazione integrale in cui le diverse dimensioni sono compresenti ed armonizzate in una unità vitale. Al suo cuore c’è la carità pastorale, una “speciale comunione di amore con Cristo” (VC 15), che diviene progetto di vita, cammino di santità, principio ispiratore e unificatore di tutto il cammino formativo sia iniziale che permanente.

In questo cammino oggi viene privilegiata in modo particolare la dimensione umana, fin dalle fasi iniziali, in quanto è il necessario fondamento della risposta vocazionale. La vitalità di un consacrato viene dall’equilibrio della sua persona, dalla sua affettività matura, dal suo agire libero e responsabile, dalla pratica di quelle virtù umane che favoriscono l’incontro, il dialogo e la collaborazione. L’esperienza ci mostra che spesso i problemi delle relazioni umane, dell’affettività e della libertà responsabile chiudono la persona in se stessa e intaccano l’efficacia del suo ministero.
L’altro aspetto che condiziona la vitalità apostolica dei consacrati è quello della formazione intellettuale. Ci si accontenta spesso di completare il curricolo di studi richiesti dalle fasi formative e non si accorge della strategica importanza di un “amore per l’impegno culturale” o di una “dedizione allo studio” (VC 98), che sono basi solide per vivere la propria identità di consacrati e per svolgere un’efficace azione apostolica. Diminuire l’impegno culturale ha pesanti conseguenze, perché genera un senso di emarginazione e di inferiorità o favorisce superficialità e avventatezza nelle iniziative (cf. VC 98). Formare le coscienze in un’epoca di relativismo, aiutare i laici ad assumere la dottrina sociale della Chiesa o formarli alla missione secolare sono alcuni compiti urgenti, che sottolineano l’attualità della formazione intellettuale. Senza ridursi agli studi, essa mira a maturare l’abitudine di riflessione, di giudizio e di confronto critico con la realtà, la capacità di dialogo e condivisione, la promozione di valori cristiani; così si assicura la vitalità dell’apostolato.

La vita spirituale, assunta personalmente con un’efficace maturazione nella fede, un’appartenenza viva a Cristo, una configurazione reale alla sua forma di vita, fonda la vitalità della persona e della comunità. Si tratta di passare progressivamente dall’essere servi totalmente proiettati nelle opere, all’essere amici che stanno con il Signore Gesù nell’ascolto della sua Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia, fino ad essere innamorati che assumono la croce nella fedeltà quotidiana. Cristo diventa concretamente il baricentro delle esperienze della vita e il punto di riferimento. È necessario favorire il cammino di interiorizzazione, attraverso la capacità di ritagliarsi tempi di silenzio, l’esperienza della preghiera personale, l’esercizio della lectio divina, l’adorazione eucaristica, la contemplazione della croce. Occorre preparare ad una cultura dell’interiorità, rendendo più ampia, più profonda e più viva la sfera interiore di ciascuno, in modo da lasciare più spazio all’azione di Dio nel proprio cuore. Bisogna investire nella vita di fede, sia a livello intellettuale che a livello emozionale; per questo occorre una formazione alla preghiera.
La gioia per il Signore Gesù si traduce in un amore sacrificato al servizio dei fratelli, specialmente dei più poveri. È importante trovare uno slancio di dedizione apostolica. Quando il senso apostolico è debole e la missione non viene sentita come attraente, allora possono sorgere problemi d’identità vocazionale. Quando i rapporti sono solo organizzativi, quando manca la gioia di incontrare e di stare con la gente, quando non si capisce il senso apostolico di ciò che si fa, è ovvio che si sta formando un vuoto nel cuore. I confratelli devono essere messi in grado di crescere nell’amore e nella passione apostolica, per la Chiesa e la sua missione evangelizzatrice. Se non si forma il cuore e la mente dell’evangelizzatore, mediante la riflessione sul lavoro apostolico, la condivisione e la preghiera, si corre il rischio di cadere nell’attivismo e nell’esagerazione.

La formazione integrale è solo una parte dell’apporto vitalizzante della formazione. L’altra parte, e forse la più impegnativa ma anche la più proficua, consiste nell’attuare una metodologia della personalizzazione. Occorre una formazione personalizzata, in modo che il contenuto della formazione venga interiorizzato nella persona, trasformandola dal di dentro. Ella diventa la protagonista principale della sua formazione, che in interazione continua con lo Spirito Santo e con la comunità, cresce nella sua identità vocazionale di consacrato secondo un carisma particolare. In questa linea, dunque, assumono grande importanza il progetto comunitario e il progetto personale, la direzione spirituale, la condivisione con altri confratelli, il raggiungere la persona in profondità, il discernimento spirituale e comunitario. Sono tutti mezzi per coinvolgere la persona e responsabilizzarla nella sua formazione, portarla ad una maturità nella sua vita da consacrato, lanciarla in un cammino di crescita personale che non finisce mai.

Conclusione

Giunti al termine del nostro cammino, ci ritroviamo, a mo’ di conclusione, allo stesso punto di partenza. I segni e i percorsi della vitalità si rincorrono e si richiamano reciprocamente. E’ possibile realizzare una comunità o una provincia vitale solo se esse coesistono “sistemicamente”.
Quando c’è vitalità nella vita consacrata di una provincia, si crea un clima di entusiasmo per la propria vocazione e sentimenti di affetto per il proprio fondatore e carisma. Si è lieti di vivere questo dono del Signore con fedeltà e si superano più facilmente le tentazioni di abbandono.

Il carisma diventa attraente e si sente spontaneamente il desiderio di voler partecipare tale dono agli altri. Si invitano dunque i giovani più impegnati e disponibili a “venire e vedere” la propria forma di vita, trascorrendo un periodo in comunità e prendendo parte alla sua vita.
Tanti giovani vengono “contagiati” dallo stile di vita dei consacrati e decidono di stare con loro. Essi, a loro volta, li accompagnano con premuroso affetto, dando loro tutto il tempo e i mezzi necessari per fare la loro opzione in piena consapevolezza e libertà.

Con l’entrata nell’Istituto di nuove vocazioni, il suo volto si ringiovanisce. Esso diventa quindi più dinamico, fecondo e creativo; e se perdura la vitalità, attrae altri giovani. E così l’età media della provincia si abbassa, mentre il numero dei membri può aumentare.
Proprio per la loro fedeltà generosa ed entusiastica, parecchi membri accolgono con gioia la richiesta dei superiori o l’ispirazione di Dio di dedicarsi ai più poveri, o ad essere pionieri in forme di apostolato nuove e sfidanti, o a lavorare in zone difficili e nelle missioni estere.

Anche intorno a loro, consumati da zelo ed entusiasmo, i membri portano nuova vita nella Chiesa locale a cui appartengono, attirando la simpatia e la gratitudine di tutti e coinvolgendo molti laici che partecipano nel loro spirito e nella loro missione.
Così si ritorna ai cinque criteri di vitalità da cui siamo partiti. Vitale è quella comunità o provincia che attratte vocazioni, si mantiene giovane, rinforza la fedeltà dei propri membri e li sa mobilitare per compiti e forme di vita di maggiore impegno, coinvolge carismaticamente i laici, specie i giovani, ed è significativa nella Chiesa locale e nel territorio.

Questo, credo, è il sogno che abbiamo tutti noi per i nostri Istituti. Che il Signore nella sua bontà ci conceda la grazia di vedere questo sogno diventare realtà.

A proposito di questo vorrei ancora aggiungere alle tante riflessioni offerte nella mia relazione, un ulteriore contributo. Lo faccio attraverso una piccola storia:

“ Tutti i pomeriggi, al tramonto del sole, un rabbì passeggiava lungo le strade della città in cui abitava e faceva il giro del quartiere. Questa abitudine giornaliera lo aiutava a pensare ma gli permetteva anche di rendersi conto degli spostamenti dei suoi vicini.
I ricchi proprietari che vivevano nei quartieri periferici della città in genere assumevano delle guardie per sorvegliare le loro proprietà durante la notte. Un pomeriggio il rabbì s’imbattè in uno di questi sorveglianti e gli domandò il nome del suo padrone. Era quello di un personaggio molto noto.

Con sorpresa del rabbì, il guardiano a sua volta lo interrogò per sapere chi fosse il suo padrone. Di fronte ad una simile richiesta la risposta tardava a venire. Per il custode e per tutti gli abitanti del quartiere, non era forse evidente che stava lavorando per il Padrone dell’Universo? Dopo un lungo silenzio disse: “In verità ti devo dire che non so se lavoro per qualcuno. Forse tu non lo sai, ma io sono il rabbì di questa città”.
Insieme fecero un pezzo di strada in silenzio. Poi, a bruciapelo il rabbì fece questa proposta al sorvegliante: “Vuoi venire a lavorare con me?”
“Sì, rispose, ne sarei molto contento. Ma che cosa dovrei fare?”
Il rabbì gli rispose: “Una sola cosa: ricordami per chi lavoro, che cosa sto facendo, e perchè sono qui. Dovresti ricordarmi soltanto questo. Nient’altro”.

Perchè vi racconto questa storia? Sono ormai moltissimi anni che noi consacrati siamo impegnati in uno sforzo di rinnovamento e la conclusione del racconto potrebbe indurci a pensare che noi siamo il rabbì di questa storia e che abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi per chi lavoriamo. Invece no, il nostro vero posto si trova tra i custodi. Siamo chiamati a vivere dentro la proprietà, ed essere memoria viva nella Chiesa, ricordandole costantemente la natura della sua identità. Questa è la nostra missione profetica.


[1] Negli ultimi anni i temi trattati sono stati:
·
Laici e religiosi. Quale relazione ecclesiale? Nuove progettualità per i nostri Istituti. (2000)
·
Relazione tra Superiore Maggiore e provincia. Identità di ruolo e progettazione. (2001).
·
Vivere secondo lo Spirito. Nuovi percorsi e linguaggi per “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”. (2002)
·
Chiesa locale, vita consacrata e territorio: un dialogo aperto. (2003)
·
Vita consacrata, nuove forme di vita evangelica, movimenti ecclesiali: carismi in comunione. (2004)
·
Il Superiore Maggiore ed il suo consiglio: un servizio di comunione e di corresponsabilità. (2005)
·
Discernimento e processi formativi: una responsabilità condivisa. Il ruolo del Superiore Maggiore (2006)

[2] Il tema dell’assemblea 1997 fu. “Oltre il ridimensionamento. La vita consacrata coglie il futuro”.